La prima puntata di una nuova rubrica dal titolo “Storie di storia” in cui lo storico Marco Perale racconterà aneddoti e curiosità della Belluno di ieri e di oggi.
Nei giorni scorsi, il 25 marzo, ricorreva l’annuale “Dantedì”, la giornata dedicata a Dante Alighieri e fissata nel giorno dell’Incarnazione, la data in cui, secondo l’incipit della Divina Commedia, Dante avrebbe iniziato il suo cammino tra i gironi dell’inferno, sulle balze del purgatorio e infine attraversando i cieli del paradiso.
Il nome di Dante per i bellunesi è legato alla via che porta alla stazione (una via curiosamente metafisica, in cui non abita nessuno, costeggiando solamente le fiancate dei licei e delle scuole Gabelli), ma molto più significativamente tutti conoscono Porta Dante. In realtà era l’antica “Porta Reniera” che dal 1669 aveva preso il posto della medievale pusterla chiamata ùssolo (piccolo uscio, cioè porticina) che si apriva sulle mura settentrionali di Belluno tra castello e Dojon, e che dal 1865 prese il nome di “Porta Dante”.
Una storia curiosa e coraggiosa. Chi guarda la porta vede, oltre al busto realizzato dal cenedese Luigi Borro (che nel 1874 realizzerà a Venezia il monumento a Daniele Manin), un grande giglio di Firenze e la data 15 maggio 1865, realizzati in bronzo. Era il giorno in cui cadeva il sesto centenario della nascita di Dante (anche se gli storici già allora si accapigliavano per collocarne la nascita tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265), una ricorrenza che tutta Italia stava allora celebrando, ma nelle province asburgiche la cosa assunse tutto un altro significato. Soprattutto a Belluno. Solo pochi mesi prima, nell’ottobre del 1864, un tentativo abortito di moti mazziniani aveva portato al suicidio dell’oste di Fortogna e all’arresto dell’oste di Prade, che non confessò i nomi dei cospiratori.
Il 14 maggio, Firenze aveva inaugurato a Santa Croce la grande statua dedicata al “suo” Dante. E Firenze, dal 3 febbraio di quello stesso 1865, era la nuova capitale d’Italia. Il 15 maggio era quindi il primo giorno della nuova Italia, come indicava chiaramente il grande giglio di Firenze. Ovviamente furono i privati cittadini a tassarsi per realizzare il busto. Un gesto di coraggiosa sfida. Il governo asburgico avrebbe abbandonato Belluno e il Veneto un anno dopo, all’indomani della terza guerra d’indipendenza, il 23 agosto del 1866. Dante invece, incurante della nuova lingua imposta dal web, è ancora al suo posto.
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